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Private equity e club deal nelle imprese familiari: una convivenza possibile

Negli ultimi anni, anche in Italia, il private equity ha assunto un ruolo centrale nel sostegno alla crescita delle imprese. Accanto a questo fenomeno si è affermata con forza la formula dei club deal, in cui gruppi di investitori privati – spesso famiglie imprenditoriali o professionisti con capitali da reinvestire – si uniscono per acquisire partecipazioni in società target.

Entrambe le soluzioni hanno trovato terreno fertile nelle aziende familiari italiane, che restano la vera ossatura del nostro sistema produttivo.

Ma quando il capitale finanziario incontra la tradizione familiare, l’intesa non è mai scontata né automatica: da una parte c’è il bisogno di nuove risorse, competenze e apertura ai mercati globali, dall’altra la volontà di preservare valori, continuità e autonomia decisionale.

La domanda è inevitabile: private equity e imprese familiari possono davvero convivere?

Le ragioni che spingono una famiglia imprenditoriale ad aprire il capitale a un fondo o a un club deal sono molteplici. Spesso coincidono con momenti di passaggio generazionale, quando non vi è chi possa raccogliere il testimone o la nuova generazione non è pronta ad assumere la guida dell’impresa. In altri casi, la scelta nasce dal desiderio di ridurre il rischio patrimoniale, mettendo in sicurezza una parte del patrimonio familiare, separando così il destino economico dell’azienda da quello della famiglia. Non meno frequente è l’esigenza di sostenere un percorso di sviluppo: operazioni di M&A, investimenti industriali e innovazione tecnologica richiedono spesso capitale, managerialità e un approccio più strutturato.

Dal lato opposto, gli investitori trovano nelle aziende familiari italiane realtà solide, con un know-how profondo, marchi riconosciuti e grandi potenzialità di sviluppo.

Le difficoltà emergono quando entrano in gioco culture imprenditoriali diverse. L’impresa familiare, spesso, guarda al lungo periodo, alla stabilità e alla trasmissione dei valori. Il fondo, invece, opera con un orizzonte temporale più breve – di solito cinque o sette anni – e mira a massimizzare il rendimento dell’investimento. I club deal, pur offrendo una maggiore flessibilità rispetto ai fondi tradizionali, restano comunque orientati a un ritorno sull’investimento nel breve periodo.

In questo quadro, non è raro che le differenze di prospettiva si riflettano su questioni concrete: la distribuzione dei dividendi, la strategia di crescita, l’equilibrio tra management familiare e manager esterni.

In questo contesto, la governance diventa la vera chiave di equilibrio. Definire regole chiare è, dunque, essenziale per garantire trasparenza e stabilità.

Patti parasociali ben congegnati, diritti di nomina negli organi sociali e la creazione di comitati esecutivi aiutano a costruire fiducia e prevenire conflitti. Le clausole contrattuali, poi, giocano un ruolo decisivo: i fondi e i club deal richiedono strumenti di tutela come diritti di exit, meccanismi di drag-along e tag-along o earn-out legati alle performance. Le famiglie, dal canto loro, cercano protezioni attraverso clausole anti-diluizione, limiti alla delocalizzazione e garanzie per la continuità occupazionale e l’identità aziendale.

È proprio in questo equilibrio che entra in gioco il nostro lavoro: in Campa Avvocati supportiamo con passione imprese e investitori nel trovare soluzioni che permettano di convivere e crescere insieme, rispettando le diverse esigenze e valorizzando le opportunità comuni.

Insomma, la convivenza tra capitale finanziario e imprese familiari non solo è possibile, ma può trasformarsi in un’occasione di crescita straordinaria. Tutto dipende dalla capacità delle parti di costruire un rapporto basato su obiettivi chiari e valori condivisi. Quando governance e contratti sono pensati con attenzione, l’ingresso di un investitore esterno non snatura l’azienda, ma la rafforza, portando nuove energie e visione strategica. Per gli imprenditori, il messaggio è semplice: i fondi e i club deal non devono essere temuti, ma considerati partner potenziali. La differenza, come spesso accade, sta nella capacità di guardare lontano e di costruire, con realismo e fiducia, una convivenza equilibrata tra famiglia e finanza. In altre parole: ogni operazione ha una sua architettura, e la qualità del disegno di governance e degli strumenti contrattuali è ciò che determina il successo dell’ingresso di un investitore esterno.

A cura di Avv. Matteo Aldeghi